{"id":3982,"date":"2010-11-09T11:54:40","date_gmt":"2010-11-09T10:54:40","guid":{"rendered":"http:\/\/blog.cronicaelectronica.org\/?p=3982"},"modified":"2017-01-08T20:34:58","modified_gmt":"2017-01-08T19:34:58","slug":"passeports-reviewed-by-ondarock","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/blog.cronicaelectronica.org\/?p=3982","title":{"rendered":"\u00e2\u20ac\u0153Passeports\u00e2\u20ac\u009d reviewed by Ondarock"},"content":{"rendered":"<p><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.cronicaelectronica.org\/img\/cat\/048-2010-b.jpg\" alt=\"Passeports\" \/><br \/>\nDopo le &#8220;Parcelles&#8221;, il francese Mathias Delplanque estremizza la sua tecnica mista di field recordings &#8220;narrativi&#8221; e ambient digitale nei &#8220;Passeports&#8221;, un&#8217;eccezionale prosecuzione post-cosmica degli &#8220;Airports&#8221; di Brian Eno.<\/p>\n<p>Il primo &#8220;Passeport&#8221; calibra il tono delle sue &#8220;cosmicomiche&#8221;. Una scenografia sia subliminale che ipnotica (o, meglio ancora, onirica) espone con coerenza le possibilit\u00c3\u00a0 liriche della drone music. Quelle di Delplanque non sono sculture di suono, ma immagini di suono; il compositore, una volta addentratosi quasi inerte nella composizione, sceglie di frantumare la narrazione in quadri da film di Cronenberg, o in una possibile colonna sonora per gli inetti di Italo Svevo.<\/p>\n<p>Il secondo \u00c3\u00a8 una bruma alla Angelo Badalamenti, pure sostenuta da una sorta di elettricit\u00c3\u00a0 sotterranea, che porta a un duetto statico tra rombi di rumori concreti ed elegia glaciale, fino alla loro unione trascendente. La stessa elegia pervade il terzo, ma il processo la porta a mutare via via da scenario polifonico a fanfara funerea, a vero panopticon di suono, come in una fuga in stile Harold Budd, per poi &#8211; di nuovo &#8211; capitolare in un micro-caos di campioni e stridori elettronici.<\/p>\n<p>Un uragano di suoni Stockhausen-iani smorzati apre il sesto; un&#8217;allucinazione colossale volteggia nell&#8217;aria; bruscamente regredita a landa di microeventi, la pi\u00c3\u00a9ce rimane sostenuta da un miraggio d&#8217;organo fluttuante. Quegli stessi microeventi chiudono il disco in una landa di frammenti indecifrabili, che appaiono e scompaiono. Il continuo addensamento di macro (droni galattici) e micro (click elettronici) conduce agli ultimi due minuti, i pi\u00c3\u00b9 irrazionali di tutta l&#8217;opera, una sorta d&#8217;illusione sonora tra l&#8217;estasi diafana dei My Bloody Valentine e i peggiori incubi dei corrieri cosmici tedeschi.<\/p>\n<p>Dove dimostra di avere poco in comune con la stabilit\u00c3\u00a0 degli &#8220;Airports&#8221; (a parit\u00c3\u00a0 di non-musica e di non-ascolto) \u00c3\u00a8 nel quinto, che sopraggiunge dopo il minuto esatto di cinguettii del quarto (un lontano anelito alla naturalezza), uno stacco atonale di quinte &#8220;gassose&#8221; giustapposte.<\/p>\n<p>Campionato in tre citt\u00c3\u00a0 &#8211; Nantes, Lille e Dieppe &#8211; e avvampato da una serie di meticolosi addensamenti disturbanti, il lavoro \u00c3\u00a8 la testimonianza di un autore esoso, finanche capriccioso, cocciutamente alla ricerca di un segreto inestricabile persino a lui stesso, ma del quale condivide, con l&#8217;ascoltatore, portamenti poetici e fascino d&#8217;impatto. Il Delplanque dei &#8220;Passeport&#8221; \u00c3\u00a8 il pi\u00c3\u00b9 eliotiano che si possa udire, ed \u00c3\u00a8 quello delle vacche grasse, come testimoniato anche dai 30 minuti di field recordings avanzato e di frattali infiniti di &#8220;Call Center&#8221; (download digitale, 2010), uno stupefacente corollario alla sua estetica presente. 7\/10 <em>Michele Saran<\/em><\/p>\n<p>via <a href=\"http:\/\/www.ondarock.it\/recensioni\/2010_mathiasdelplanque2.htm\">Ondarock<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dopo le &#8220;Parcelles&#8221;, il francese Mathias Delplanque estremizza la sua tecnica mista di field recordings &#8220;narrativi&#8221; e ambient digitale nei &#8220;Passeports&#8221;, un&#8217;eccezionale prosecuzione post-cosmica degli &#8220;Airports&#8221; di Brian Eno. Il primo &#8220;Passeport&#8221; calibra il tono delle sue &#8220;cosmicomiche&#8221;. 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