“Ification” reviewed by The Vibes

Ification
Dopo quasi sette anni di silenzio editoriale – risale al 2003 l’uscita dell’ottimo lavoro intitolato Noonbugs sulla blasonata Mego -, ritorna con il moniker Pure il dj e produttore austriaco, ma da tempo berlinese d’adozione, Peter Votava (niente battutine sul cognome di questo tizio legate alla comprensibile delusione nei confronti delle democrazie fintamente plebiscitarie!!!), personaggio con profonde radici affondate nel mai arido terreno della dj culture (soprattutto nell’ambito dell’hard-techno) che di tanto in tanto sciorina frequenze modulate dal piglio immediato capaci di risuonare nel vostro cervello per molte ore dopo l’ascolto e che nel corso dei 15 anni di attività ha apposto la sua firma tramite pseudonimi, collaborazioni incrociate e una boina di progetti (di cui degno di menzione per l’originalità l’Heart Chamber Orchestra con Erich Berger, progetto audiovisuale basato sui battiti cardiaci -chissà se qualcuno faceva ricorso al pacemaker!- di 12 musicisti dell’orchestrina sinfonica di Trondheim…) su una decina di cd e una marea di vinili che abbracciano uno spettro stilistico imbarazzante per la sua notevole varietà. In tempi in cui il culto della personalità fa proseliti soprattutto nell’ambito musicale, un disco pubblicato dalla portoghese Crónica (scaricatevi qualche podcast sul loro sito…ne vale la pena anche solo per foraggiare i vostri campionatori…) dalle sembianze stilistiche tutt’altro che omogenee a cui viene dato il titolo Ification (I va inteso come la prima persona singolare inglese…per cui è facile coglierne il senso) ci pare un arguto riferimento a tale forme di idolatria e di autocelebrazione artistica, soprattutto alla luce del fatto che spesso il fulcro di alcune composizioni contenute in questo lavoro appartiene ad altri repertori che sembrano filtrati dallo scolino delle macchine e del parco fx di Peter pur essendo collocate in modo da conferir loro una qualche coerenza logica tanto che gli strumentisti chiamati in causa nel lavoro sembrano null’altro che anelli di una catena logico-narrativa spesso avvincente.

L’introduttiva Fire per esempio è basata sulle registrazioni di scariche di riff della chitarra di Cristoph de Babalon (dj molto noto nell’ambito della cosiddetta digital-punk da tempo punta di diamante della scuderia della Digital Hardcore – l’etichetta del coriaceo Alec Empire degli Atari Teenage Riot – e proprietario dell’etichetta Cross Fade Enter Tainment, che fece un’apprezzata comparsata al mixer suonando dischi poco prima del celeberrimo concerto dei Radiohead all’Arena di Verona nel maggio del 2001), risolvendosi in una sequela di circa 3 minuti di contundenti detonazioni amplificate generate da una chitarra ultraeffettata che squarciano il silenzio come delle improvvise scosse elettriche che valgono a resettare la sfera sensoriale dell’ascoltatore. Dopo queste furiose scariche di violenza sonica, resa più vivida dall’imprevedbilità delle scariche, non poteva che seguire una lunga, pacata meditazione melodica incentrata su suoni di bassa frequenza capaci di evocare uno stato di febbrile tensione, evidenziata ancor più dall’emersione della batteria di Martin Brandlmayr (membro dei Radian, già collaboratore di Fennesz e David Sylvian), che più che innestarsi nel brano come elemento compositivo funge quasi da elemento scenografico con delle agonizzanti spazzolate di riding e di cassa capaci di conferire una maggiore potenza evocativa alle oscillazioni di synth che saturano progressivamente l’esecuzione. Che Votava sia un mastroscultore di ambientazioni sonore è dimostrato anche nella successiva Approximation, sintesi perfetta tra minimalismo “plenitivo” in cui un cupo ma sontuoso suono di un corno inglese e delle frequenze medie che fanno col il loro sinistro stridore da tenebroso mantello, variate con la manopola del volume e del gain fino a raggiungere il limite della cacofonie e da dare l’illusione con i delay ravvicinati dell’esistenza di violini -!- costitusicono un flusso interrotto solo da sporadiche presenze percussive ricordando da vicino le atmosfere a cui è affezionato l’abile rumorista portoghese Rafael Toral. Un solo (ipnotico) drone denso di microvariazioni e intervallato da un rumore che ricorda quello di un motore d’automobile sotto sforzo e da soffii simili ai “geyser” di gas di una tubatura rotta contraddistingue la potente Blind Flight, traccia che precedere l’agghiacciante spettro che sembra risuonare nella successiva Sonomatopeia, traccia terrificante (nel vero senso del termine!) che comincia con una sorta di cupo sgocciolare metallico e un’unica nota che stride come il vetro sul metallo sul sordido mormorio gutturale che precede l’ennesimo clangore che introduce ai lamenti soffocati della cantante Alexandra von Bolz’n aka Alphacat (voce proveniente dalla scena metal di Berlino, non estranea a interessanti quanto eccentriche sperimentazioni vocali che cercano di modulare per l’appunto la voce umana in modo da renderla irriconoscibile come tale, prestata ad un progetto di metal estremo – The Band – curato dall’artista industrial Z’ev – eccentrico agitatore dell’underground berlinese che esteticamente non è molto dissimile dalle sembianze di Nosferatu! – e da Fragment King, nome abbastanza noto nella scena breakcore…), presenza che tuttavia per qualche motivo in questa traccia ci convince poco suonando forse un po’ troppo forzata e artificiosa nonostante le buone intenzioni. Molto più apprezzati ci paiono i contributi di Anke Eckardt in End – fateci sapere come ci arrivate alla fine dell’ascolto, sempre che ci arriviate senza passare da stati alterati di coscienza!!! -, lunghissimo anthem sonico condito da urticanti eco di cimbali e percussioni in un infinito tunnel sorretto da un rabbuiato basso distorto modulato magistralmente dalla simpatica e bizzarra scultrice e antropologa del suono. Sfigura meno la presenza della voce della Von Bolzn (forse perchè meno percepibile…) tra le grattugge metalliche di Iron Sky, l’unica traccia in cui c’è un qualche senso del ritmo (una specie di dub plumblea al metallofono alla Mick Harris che si costruisce con una qualche gradualità), sensibilmente turbato da un suono che ci ricorda il più classico dei pernacchioni dei citofoni rotti. Nonostante ci appaiono francamente esagerate le opinioni di chi ha associato giocando sulle assonanze il lavoro ad una sorta di catarsi (una “purification”…) dell’anima, questo lavoro nonostante la sua astrattezza contiene numerosi spunti interessanti tutt’altro che astratti e si risolve comunque in un ascolto abbastanza coinvolgente. Vito Camarretta

via The Vibes

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