“Praxis” reviewed by Comunicazione Interna

Praxis
Per il turco Cem Güney un passato come dj e trombettista e un presente come sound-artist dedito a collages elettro-acustici. I due padiglioni auricolari sulla copertina di “Praxis”, trafitti da rametti appuntiti e foglie di un verde cupo, illustrano gli stimoli uditivi indotti da queste nove composizioni, persino scontrose ad un primo approccio, ma in realtà ricche di micro-variazioni e dettagli finemente cesellati se l’ascoltatore è disposto a concedere la propria attenzione.

La materia elettronica viene manipolata da Cem Güney attraverso continui sfaldamenti (“Impulse”), singhiozzi cadenzati su echi vocali (“Factitious phobia”) e particelle febbricitanti (“Adaptations”), a costruire trame particolarmente fitte anche coagulate intorno ad elementi narrativi, siano essi le gocce al silicio che lubrificano gli ingranaggi arrugginiti di “Visceral (in a figurative sense)”, il paesaggio classicheggiante alla Murcof di “Undulations” (pezzo dedicato a Janek Schaefer”), le trasmissioni radio di “A phonetics theme” o il cicaleccio rimbombante in “Somewhere between the middle”.

Traccia fondamentale per capire l’estetica dell’artista turco è l’ottava, che trae ispirazione dal nada yoga, lo yoga del suono (in sanscrito “nad” significa “flusso”), disciplina induista il cui principio base consiste nel riconoscere in ogni elemento materiale (uomini, animali, vegetali, minerali…) una vibrazione frutto del suono primordiale OM, il cui disvelamento consente di ricongiungersi con il divino, e qui “Behold now Bhikkus, the sounds of nada yoga” è costruita appunto come un organismo vibrante che ingloba al suo interno suoni di diversa provenienza. Guido Gambacorta

via Comunicazione Interna

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