25 Marzo 2004; durante l’Earational festival, Freiband e Boca Raton, con delle macro/scrach dalla portata siderale, mista tra bronzo e ferro, re-attivarono i già caustici ma vergini lidi di Daseinverfehlung di Asmuns Tietchens. Cosa di quel dasein, tra sfalsamento e quote ondeggiate, sia (sopra)vissuto (o sotto)vissuto, a noi, affascinati uditori di colonie marziane e pose di glitch/aerobico non fu dato conoscerne. Si direbbe nulla perché la fonte sonora di Freiband è sempre stata il nulla, la macchina a contatto col niente. E quindi cosa si sente in questo bel dischetto? Materia carbonica deco-fibrata, pennellate di china secca per calchi concavi, inevitabili organigrammi infarciti di protoicone squamate, asciugate. Un micro/macro inumano, in cui la macchina vige come l’unica sua ascoltatrice: compone ed ascolta la sua litania di disfacimento, l’aneurisma sintomatico di una galassia irrisolta, snervata. Sono gli ultimi suoni prima di staccarsi dalla gravitazione. Raccontano l’oceano indecifrabile di un viaggio che pensa di rimanere nascosto alla terra.
Frans De Waard non sembra interessato alle grandi narrazioni. Aspetta capsule di mondovisione ed emozioni da ghiacciare per satelliti custodi di una rinascita umana. Il suono che ricompone lo trattiene dentro pezzi di vetro per i figli di un futuro sconfinamento tra macchina, macchinazione e consunzione. È un gioco che a lui piace; offre oramai, nell’epoca delle grandi sconfitte, solo ulteriori segni di rimesse, tocchi finali di vite marine. Boca Raton memorizza arredamenti di puntiformi circoli utopici e lascia le stelle dove sono perché adora gli spazi di vuoto tra mobili circolari e microbi perfettamente assassini. Convincono e non poco le sue tracce, convincono enormemente perché hanno qualcosa che s’addensa nel suono, che ci rimane attaccato dove lì, in Freiband pareva scollarsi sempre dalla materia. Boca Raton inneggia le voci del deserto e spodesta i suoni da giungla di Lopez nelle digitalizzazione malandata di un laptop colpito da una tempesta di germi. Il pezzo migliore è Circle ‘3: preliminari ad iniezione per un orgasmo irraggiungibile! Queste sono le macchine che disegnano il futuro. Queste sono le didascalie dei poeti del ‘300 quando cercavano Dio dentro porticati naufragati. Queste sono le inazioni della voce quando collassa al punto tale da farsi parlare senza più riverberazione se non immaginaria. Questo è l’immaginario dove stiamo vivendo e l’unico dubbio è comprendere quanto ve ne sia bisogno di vederlo raffigurato nuovamente se non a patto dell’Apocalisse. Non c’è stato mai un linguaggio.
Salvatore Borrelli