“The Mediterranean Drift” reviewed by Blow Up

The Mediterranean Drift
Pronunciata essenza acustica, a dispetto del gran lavorio digitale, pure per l’album dell’israeliano Ran Slavin scaricabile gratuitamente dal sito della Crónica. Prima sezione d’impianto nostalgico e meditativo, vieppiù pervasa da un forte senso di allagamento, di quieto rimestare di acque, seconda leggermente più ostica, assaltata dall’infernale paesaggio marittimo di Vernet in copertina quale esplicito riferimento alla turbolenta situazione politica del medio-oriente. (7) Nicola Catalano

Ephraim Wegner, Gilles Aubry & Bertrand Sombsthay live in Freiburg


ON/OFF_Elektronik von zwei Seiten

Ensemble chronophonie performs:

  • Roman Pfeifer: the sleep the mouth and the dream Screen für Flöte, CD und Talkbox
  • Alvin Lucier: Bird and Person Dyning für Performer, Lautsprecher und Mikrofone
  • Mathias Spahlinger: aus: “vorschläge. konzepte zur verüberflüssigung der rolle des komponisten”
  • Peter Ablinger: Weiß/Weißlich 17

Ephraim Wegner, Gilles Aubry & Bertrand Sombsthay perform a live improvisation.

November 13 at 21h, Kubus3 / Haslacherstr. 43 / Freiburg.

Twentytwentyone live in Brugge

Arturas Bumšteinas
Next November 13th, Twentytwentyone with guest Anton Lukoszevieze play their own compositions at the Festival of Baltic Arts in Concertgebouw Brugge. Twentytwentyone this time are Arturas BumÅ¡teinas (piano, electronics), Piotr Kurek (prepared guitar, modular synth, laptop), Vilius Siaulys (laptop), Antanas Dombrovskij (laptop, circuit-bent synth). Anton Lukoszevieze plays 17th century Italian master’s cello and lithuanian folk zither kankles.

“The Mediterranean Drift” reviewed by Cyclic Defrost

The Mediterranean Drift
Ran Slavin, ‘Film Maker / Artist / Director-Writer / Sound Producer’, rhymes with Dan Flavin, the late American neon minimalist, but there the similarities end, at least as concerns his latest album, the free-to-download The Mediterranean Drift on the criminally underrated Cronica label. Based partly around the threat and turmoil of the present day middle east, as documented by Claude-Joseph Vernet in his 1772 painting ‘The Shipwreck’, the Tel Aviv-based artist explores a suitably murky, sub-aqueous sound world, like Tim Hecker with bubbles.

The opening half, dominated by the 15 minute opening track ‘Losing Coordinates in the Mediterranean Drift’, centres around warm flickering tones and circling granular loops, doused in hiss and crackle and reminiscent of Philip Jeck. This section functions as an ‘establishing shot’ for the darker, more evocative second half. ‘Financial Warfare and Psychological Sedatives’ is immediately more striking, drawn in dub-charcoal and marked by submarine pulses and streaming ticker-tape, depicting the stock market plummeting into the sea. ‘Chemical Canaries and Car Alarms’ is more abrupt, and as close to Noise as Slavin gets, all industrial machine beats and toxic din, while the closing ‘Every road leads to the BAD ROAD’ crumbles glistening synth pads into shattered ruins, sleigh bells floating over acrid smoke. Here Slavin creates an inspired synthesis of beauty and ugliness, birth and decay, and a fitting conclusion to such a powerful album. Joshua Meggitt

via Cyclic Defrost

New podcast: o.blaat, Ran Slavin, Vitor Joaquim

Ran Slavin and Vitor Joaquim
Almost three years to the date, this long due recording documents the third of the three performances at the ICA curated by Crónica for the 2007 Atlantic Waves festival on November 10, 2007. This performance was a collaboration between o.blaat, Ran Slavin and Vitor Joaquim, with live visuals by Mud.


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“Passeports” reviewed by Ondarock

Passeports
Dopo le “Parcelles”, il francese Mathias Delplanque estremizza la sua tecnica mista di field recordings “narrativi” e ambient digitale nei “Passeports”, un’eccezionale prosecuzione post-cosmica degli “Airports” di Brian Eno.

Il primo “Passeport” calibra il tono delle sue “cosmicomiche”. Una scenografia sia subliminale che ipnotica (o, meglio ancora, onirica) espone con coerenza le possibilità liriche della drone music. Quelle di Delplanque non sono sculture di suono, ma immagini di suono; il compositore, una volta addentratosi quasi inerte nella composizione, sceglie di frantumare la narrazione in quadri da film di Cronenberg, o in una possibile colonna sonora per gli inetti di Italo Svevo.

Il secondo è una bruma alla Angelo Badalamenti, pure sostenuta da una sorta di elettricità sotterranea, che porta a un duetto statico tra rombi di rumori concreti ed elegia glaciale, fino alla loro unione trascendente. La stessa elegia pervade il terzo, ma il processo la porta a mutare via via da scenario polifonico a fanfara funerea, a vero panopticon di suono, come in una fuga in stile Harold Budd, per poi – di nuovo – capitolare in un micro-caos di campioni e stridori elettronici.

Un uragano di suoni Stockhausen-iani smorzati apre il sesto; un’allucinazione colossale volteggia nell’aria; bruscamente regredita a landa di microeventi, la piéce rimane sostenuta da un miraggio d’organo fluttuante. Quegli stessi microeventi chiudono il disco in una landa di frammenti indecifrabili, che appaiono e scompaiono. Il continuo addensamento di macro (droni galattici) e micro (click elettronici) conduce agli ultimi due minuti, i più irrazionali di tutta l’opera, una sorta d’illusione sonora tra l’estasi diafana dei My Bloody Valentine e i peggiori incubi dei corrieri cosmici tedeschi.

Dove dimostra di avere poco in comune con la stabilità degli “Airports” (a parità di non-musica e di non-ascolto) è nel quinto, che sopraggiunge dopo il minuto esatto di cinguettii del quarto (un lontano anelito alla naturalezza), uno stacco atonale di quinte “gassose” giustapposte.

Campionato in tre città – Nantes, Lille e Dieppe – e avvampato da una serie di meticolosi addensamenti disturbanti, il lavoro è la testimonianza di un autore esoso, finanche capriccioso, cocciutamente alla ricerca di un segreto inestricabile persino a lui stesso, ma del quale condivide, con l’ascoltatore, portamenti poetici e fascino d’impatto. Il Delplanque dei “Passeport” è il più eliotiano che si possa udire, ed è quello delle vacche grasse, come testimoniato anche dai 30 minuti di field recordings avanzato e di frattali infiniti di “Call Center” (download digitale, 2010), uno stupefacente corollario alla sua estetica presente. 7/10 Michele Saran

via Ondarock

“The Mediterranean Drift” reviewed by Terz

The Mediterranean Drift
Slavin, seit über 15 Jahren auch ein umtriebiger Klangaktivist, ist u. a. bekannt für seine (alp)traumhaften Erzählungen zwischen der fernen Vergangenheit und der nahen Zukunft. Sein aktuelles Album, über Crónicaelectronica.org als free download erhältlich – Spenden werden natürlich gerne genommen -, ist wie geschaffen für eine politische Metapher für die Gegenwart. Unplakativ, unsloganhaft und indirekt, aber ein Titel wie “Financial Warfare and Psychological Sedatives” gibt die Richtung an. Die sechs Teile dieser elektroakustischen Reise, einem Treiben zwischen Nostalgia, Utopie und positiver Lösung auf der einen und Unsicherheit, Bedrohung, Angst und Aufruhr auf der anderen Seite, illustrieren akustisch ein Szenario, dass dem Horror eines Schiffbruches nahe kommt, aber darin auch Schönheit und Chance sieht. Koordinatenverlust, Verbündete finden. Honker

“Passeports” reviewed by Blow Up

Passeports
Molti sono i punti a favore de Mathias Delplanque all’analisi ravvicinata del sua nuovo album “Passeports”. Innanzittuo l’autore francese appare assai abile nella documentazione e nell’elaborazione dei materiali che costituiscono la struttura portante per i sette segmenti dell’album (si tratta di registrazioni sul campo relative all’ambito del trasporto: stazioni, porti, parcheggi e altre zone di transito, reali o metaforiche, come nel caso dei reperti intercettati in un call center di Nuova Delhi dal quale scaturiscono più che altro movimenti di parole ed emozioni). Inoltre l’impiego di tali materiali non risulta mai gratuito perché sempre in funzione di una narrazione, così il suono porta con sé memoria e memorie dei luoghi, un’anima, una storia, una suggestione magari fugace ma intensa. Robusta la massa ambient in cui tutto ciò viene racchiuso amalgamata da Delplanque in crescendo d’impatto quasi orchestral-sinfonico. (8/9) Nicola Catalano