“Berlin Backyards” reviewed by BodySpace

Berlin Backyards
É estranho descrever a premissa nos seguintes termos, mas Berlim toca-se a si mesma em Berlin Backyards. Fá-lo sob a orientação de Gilles Aubry, o suíço que aproveitou o Inverno de 2006 para efectuar um levantamento dos sons que dominam as traseiras da cidade de Berlim. Depois de colher diversos sons (obtidos aos pássaros, à fricção entre metais e aos transportes, etc.), Gilles Aubry desfere uns quantos golpes próprios da musique concrète – a utilização do loop, por exemplo – e, a partir daí, reproduz a matéria sem aliená-la da sua origem ou revelar muito sobre ela.

Sabe-se também que todo o disco que trata field recordings tem o seu quê de cabra-cega, principalmente quando evita apontamentos e enumerações (Eric La Casa focava assumidamente os elevadores em Secousses Panoramiques, mas tudo à volta mantinha-se incógnito). Berlin Backyards contém a versatilidade ideal para estimular todo o tipo de leituras e evitar assim o aborrecimento: repetindo, em movimento pendular, os sons do que parece ser uma fábrica, a peça nº 4 quase parece um tema de música industrial remisturado com incidência no eco; adiante, as condutas de ar (será?) do episódio 7 formam, em coro, um drone, bruto como o cimento, que não destoaria num disco da Touch.

Berlin Backyards perspectiva um roteiro indesejável de uma grande cidade descobrindo luxo acústico entre o lixo. Se nos lembrarmos que Berlim vê nascer alguma da melhor electrónica cerebral (eixo BPitch-Kompakt), faz ainda mais sentido prestar atenção ao que se esconde nas costas de tudo isso. Miguel Arsénio

via Bodyspace

“Praxis” reviewed by Basebog

Praxis
Cem Güney è turco e ha cominciato imparando a suonare la tromba da solo. Poi è andato a studiare musica all’università della California San Mateo. Da allora ha cominciato a percorrere tutte le strade espressive che gli si paravano davanti. La portoghese Cronica Electronica, portavoce di un gusto speciale per l’elettronica contemporanea, spesso ma non sempre con lo sguardo rivolto ai paesi del Mediterraneo, ne cura ora una raccolta di tracce realizzate tra il 2006 e il 2008.

Sono registrazioni live, elaborazioni digitali di suoni ambientali o radiofonici. Tra queste spicca ‘Behold now Bhikkus’, un pezzo ispirato al cosiddetto Nada Yoga, lo yoga dei suoni, un campo assai vasto di pratica e ricerca all’interno dello yoga indiano di matrice vedica. Cem definisce ‘toning’ il suo lavoro, ovvero la creazione di vocalizzi estesi nel tempo sulla base dei quali riconoscere gli effetti dopo un riverbero interno al corpo. Roba tosta e apparentemente complicata su cui Cem ha lavorato in questo modo: ha raccolto un numero di vocalizzi da cui partire e li ha rielaborati sinteticamente con strumenti sviluppati appositamente. Sono i tempi dell’estensione e la combinazione tra le tracce vocali a fare la differenza.

Per chi come la sottoscritta si dedica al suono tramite lo yoga da anni è un curioso esperimento, che sembra portare sott’acqua vibrazioni racchiuse in un’unica voce, che diviene quasi impercettibile all’orecchio, come accade alla grandissima parte dei suoni che ci sono in giro.

Cum si costruisce i suoi strumenti al computer, lavorando più sulla struttura che sulla forma, e producendo un output sonoro a partire di una struttura e di un processo consoni e graditi. I suoni di Praxis sono raffinati anche se ‘parlano come mangiano’. Registrati a Smirne, provengono anche dall’interazione con oggetti speciali scelti dall’autore. Splendida la traccia ‘a phonetics theme’, un taglia e incolla dei tempi nuovi dove si riconoscono anche le registrazioni con la radiolina ad onde corte. ‘Undulations (dedicated to Janek Schaefer)’ si ispira al lavoro di Schaefer e qua e la’ si sente l’influsso di certa elettronica sperimentale contemporanea che da un po’ cominciano a definire sound art. A Cem Güney va di certo il merito di aver contribuito alla definizione di un nuovo linguaggio, se di questo si tratta.

Per chi come la sottoscritta si dedica al suono tramite lo yoga da anni è un curioso esperimento vibrazionale, che sembra portare sott’acqua le voci racchiuse in un’unica voce, che diviene quasi impercettibile all’orecchio, come accade alla grandissima parte dei suoni che ci sono in giro.

Cum si costruisce i suoi strumenti al computer, lavorando più sulla struttura che sulla forma, e producendo un output sonoro a partire di una struttura consona e gradita. I suoni di Praxis sono raffinati anche se ‘parlano come mangiano’. Registrati a Smirne, provengono anche dall’interazione con oggetti speciali scelti dall’autore. Splendida la traccia ‘a phonetics theme’, un taglia e incolla dei tempi nuovi dove si riconoscono anche le registrazioni con la radiolina ad onde corte che si sente parlare ogni tanto lungo l’album. ‘Undulations (dedicated to Janek Schaefer)’ si ispira al lavoro di Schaefer e qua e la’ si sente l’influsso di certa elettronica sperimentale contemporanea che da un po’ cominciano a definire sound art. A Cem Güney va di certo il merito di aver contribuito alla definizione di un nuovo linguaggio, se di questo si tratta. Brendax

via Basebog

“Berlin Backyards” reviewed by Taz Berlin

Berlin Backyards
Tatsächlich im Winter, und zwar dem von 2006 auf 2007, entstand “Berlin Backyards” von Gilles Aubrey. Der seit sieben Jahren in Berlin lebende Schweizer nahm, wie der Albumtitel es ja schon verspricht, die akustische Atmosphäre von Hinterhöfen auf und formte daraus Tracks, die eher Hörspiel als Musik sind. Meist bestimmt vom steten Hintergrundrauschen des Straßenverkehrs, schälen sich oft erst nach schier endlosen Minuten voller Monotonie einzelne Geräusche heraus, die sich dann lansam zu so etwas wie einer Erzählung fügen. Mit diesem Stück musique concrete bringt Aubrey nun zwar nicht gerade die Architektur zum Tanzen, aber lässt doch, so sieht er es jedenfalls selbst, die Gebäude singen. Erstaunlich ist vor allem zu hören, welch eingehende, fast schon klaustrophobische Stimmung so ein echter Berliner Hinterhof zu entfalten in der Lage ist. Thomas Winkler

Pre-order Piotr Kurek’s “Lectures” and get a second release free

Lectures
Until May 1st, if you pre-order a copy of Piotr Kurek’s upcoming release in Crónica, “Lectures”, we will send you a second CD of your choosing free of charge. This promotion is valid for all orders of “Lectures” through our website.

Reminder: today, Crónica showcase at Inc.

Crónica postcard by Jorge Colombo
Today, April 18th, Crónica is spending the afternoon at the Inc. bookstore in Porto, presenting all its releases so far (and some of the upcoming) in DJ sets by Pedro Tudela and Miguel Carvalhais. Crónica releases will be available at special prices. From 15h until late in the afternoon.

“Ification” reviewed by Skug

Ification
Pure bietet hier sechs Jahre nach seinem letzten Studioalbum “Noonbugs” sieben diverste Tracks, die sich um dichte, filmtypische Atmosphären entwickeln, ohne je in gewöhnliche Harmonien zu verfallen. Das ist kein Ambientstuff, kann aber auch gut so verwendet werden. Das Intro basiert auf einer Gitarrenaufnahme von Christoph de Babalon, das bis zum absolut Notwendigen reduziert wurde. “After the Bomb” ist eine lange, sanfte Meditation über tieffrequente Töne mit Minimalmelodien und subtiler Perkussion. “Approximation” verbindet minimale mit bombastischer Komposition mit hohen Streichern, Basshörnern und verbreitet irgendwie grandiose Stimmung. Weiters dabei Metal-Sängerin Alexandra von Bolzn und Soundartist Anke Eckhardt. Reife Leistung. Hans Kulisch

“Ification” reviewed by The Vibes

Ification
Dopo quasi sette anni di silenzio editoriale – risale al 2003 l’uscita dell’ottimo lavoro intitolato Noonbugs sulla blasonata Mego -, ritorna con il moniker Pure il dj e produttore austriaco, ma da tempo berlinese d’adozione, Peter Votava (niente battutine sul cognome di questo tizio legate alla comprensibile delusione nei confronti delle democrazie fintamente plebiscitarie!!!), personaggio con profonde radici affondate nel mai arido terreno della dj culture (soprattutto nell’ambito dell’hard-techno) che di tanto in tanto sciorina frequenze modulate dal piglio immediato capaci di risuonare nel vostro cervello per molte ore dopo l’ascolto e che nel corso dei 15 anni di attività ha apposto la sua firma tramite pseudonimi, collaborazioni incrociate e una boina di progetti (di cui degno di menzione per l’originalità l’Heart Chamber Orchestra con Erich Berger, progetto audiovisuale basato sui battiti cardiaci -chissà se qualcuno faceva ricorso al pacemaker!- di 12 musicisti dell’orchestrina sinfonica di Trondheim…) su una decina di cd e una marea di vinili che abbracciano uno spettro stilistico imbarazzante per la sua notevole varietà. In tempi in cui il culto della personalità fa proseliti soprattutto nell’ambito musicale, un disco pubblicato dalla portoghese Crónica (scaricatevi qualche podcast sul loro sito…ne vale la pena anche solo per foraggiare i vostri campionatori…) dalle sembianze stilistiche tutt’altro che omogenee a cui viene dato il titolo Ification (I va inteso come la prima persona singolare inglese…per cui è facile coglierne il senso) ci pare un arguto riferimento a tale forme di idolatria e di autocelebrazione artistica, soprattutto alla luce del fatto che spesso il fulcro di alcune composizioni contenute in questo lavoro appartiene ad altri repertori che sembrano filtrati dallo scolino delle macchine e del parco fx di Peter pur essendo collocate in modo da conferir loro una qualche coerenza logica tanto che gli strumentisti chiamati in causa nel lavoro sembrano null’altro che anelli di una catena logico-narrativa spesso avvincente.

L’introduttiva Fire per esempio è basata sulle registrazioni di scariche di riff della chitarra di Cristoph de Babalon (dj molto noto nell’ambito della cosiddetta digital-punk da tempo punta di diamante della scuderia della Digital Hardcore – l’etichetta del coriaceo Alec Empire degli Atari Teenage Riot – e proprietario dell’etichetta Cross Fade Enter Tainment, che fece un’apprezzata comparsata al mixer suonando dischi poco prima del celeberrimo concerto dei Radiohead all’Arena di Verona nel maggio del 2001), risolvendosi in una sequela di circa 3 minuti di contundenti detonazioni amplificate generate da una chitarra ultraeffettata che squarciano il silenzio come delle improvvise scosse elettriche che valgono a resettare la sfera sensoriale dell’ascoltatore. Dopo queste furiose scariche di violenza sonica, resa più vivida dall’imprevedbilità delle scariche, non poteva che seguire una lunga, pacata meditazione melodica incentrata su suoni di bassa frequenza capaci di evocare uno stato di febbrile tensione, evidenziata ancor più dall’emersione della batteria di Martin Brandlmayr (membro dei Radian, già collaboratore di Fennesz e David Sylvian), che più che innestarsi nel brano come elemento compositivo funge quasi da elemento scenografico con delle agonizzanti spazzolate di riding e di cassa capaci di conferire una maggiore potenza evocativa alle oscillazioni di synth che saturano progressivamente l’esecuzione. Che Votava sia un mastroscultore di ambientazioni sonore è dimostrato anche nella successiva Approximation, sintesi perfetta tra minimalismo “plenitivo” in cui un cupo ma sontuoso suono di un corno inglese e delle frequenze medie che fanno col il loro sinistro stridore da tenebroso mantello, variate con la manopola del volume e del gain fino a raggiungere il limite della cacofonie e da dare l’illusione con i delay ravvicinati dell’esistenza di violini -!- costitusicono un flusso interrotto solo da sporadiche presenze percussive ricordando da vicino le atmosfere a cui è affezionato l’abile rumorista portoghese Rafael Toral. Un solo (ipnotico) drone denso di microvariazioni e intervallato da un rumore che ricorda quello di un motore d’automobile sotto sforzo e da soffii simili ai “geyser” di gas di una tubatura rotta contraddistingue la potente Blind Flight, traccia che precedere l’agghiacciante spettro che sembra risuonare nella successiva Sonomatopeia, traccia terrificante (nel vero senso del termine!) che comincia con una sorta di cupo sgocciolare metallico e un’unica nota che stride come il vetro sul metallo sul sordido mormorio gutturale che precede l’ennesimo clangore che introduce ai lamenti soffocati della cantante Alexandra von Bolz’n aka Alphacat (voce proveniente dalla scena metal di Berlino, non estranea a interessanti quanto eccentriche sperimentazioni vocali che cercano di modulare per l’appunto la voce umana in modo da renderla irriconoscibile come tale, prestata ad un progetto di metal estremo – The Band – curato dall’artista industrial Z’ev – eccentrico agitatore dell’underground berlinese che esteticamente non è molto dissimile dalle sembianze di Nosferatu! – e da Fragment King, nome abbastanza noto nella scena breakcore…), presenza che tuttavia per qualche motivo in questa traccia ci convince poco suonando forse un po’ troppo forzata e artificiosa nonostante le buone intenzioni. Molto più apprezzati ci paiono i contributi di Anke Eckardt in End – fateci sapere come ci arrivate alla fine dell’ascolto, sempre che ci arriviate senza passare da stati alterati di coscienza!!! -, lunghissimo anthem sonico condito da urticanti eco di cimbali e percussioni in un infinito tunnel sorretto da un rabbuiato basso distorto modulato magistralmente dalla simpatica e bizzarra scultrice e antropologa del suono. Sfigura meno la presenza della voce della Von Bolzn (forse perchè meno percepibile…) tra le grattugge metalliche di Iron Sky, l’unica traccia in cui c’è un qualche senso del ritmo (una specie di dub plumblea al metallofono alla Mick Harris che si costruisce con una qualche gradualità), sensibilmente turbato da un suono che ci ricorda il più classico dei pernacchioni dei citofoni rotti. Nonostante ci appaiono francamente esagerate le opinioni di chi ha associato giocando sulle assonanze il lavoro ad una sorta di catarsi (una “purification”…) dell’anima, questo lavoro nonostante la sua astrattezza contiene numerosi spunti interessanti tutt’altro che astratti e si risolve comunque in un ascolto abbastanza coinvolgente. Vito Camarretta

via The Vibes